FAO, la resa dei conti. Un appello
Antonio Onorati, 07.10.08
Presidente di Crocevia
Premessa
Anche se non è tema abituale di discussione, la riforma della più importante agenzia delle Nazioni Unite, quella che dovrebbe governare le politiche agricole e alimentari del pianeta, è sicuramente degna di attenzione.
Per avere un’idea dello scontro che sta avvenendo intorno all’esercizio formale che fanno i governi degli stati membri della FAO per implementare le raccomandazioni contenute nella rapporto della valutazione esterna (IEE - http://www.fao.org/pbe/pbee/en/219/index.html) dobbiamo necessariamente ricordare alcuni elementi fondamentali che sono emersi durante l’ultimo anno.
La cosiddetta crisi alimentare ha mostrato, e come sta mostrando la crisi finanziaria ed economica, – senza ombra di dubbio – che c’è necessità di avere luoghi di governance globale dove si possano elaborare/imporre misure in grado di far fronte ai disastri che risultano dall’impatto di un quarto di secolo di politiche d’aggiustamento strutturale e liberalizzazione dei mercati, tra cui quelli agricoli . Necessità per i governi e le elite dominanti giustificata non da preoccupazioni solidali ma dal pericolo reale che queste corrono per le possibili rivolte urbane che la crisi ha provocato e può continuare a provocare. La Conferenza sui cambi climatici e la crisi alimentare del giugno 2008 alla FAO ha confermato questa necessità ma è stata incapace di fornire una qualche indicazione sostanziale sul che fare e come fare, rilanciando la iniziativa del segretariato delle NU che – per salvare la faccia – mette al lavoro una task force di tecnici mescolando tutti i gradi di responsabilità delle varie istituzione, alcune delle NU come FAO ed IFAD altre del sistema Bretton Wood.
La FAO come istituzione, in qualche modo, conferma il suo ruolo “centrale” sia per elementi oggettivi (capacità, conoscenza , capillarità ) che per le iniziative prese dal suo DG M. Diouf che è riuscito in parte a contrastare i tentativi – alcuni assolutamente grossolani – di isolamento della FAO stessa. La discussione sulle iniziative da prendere sull’immediato per confrontare la crisi – tutte basate sulla logica della monetizzazione dell’emergenza - ha mostrato la debolezza dei governi dei cosiddetti paesi in via di sviluppo – le prime e più importanti vittime della fiammata dei prezzi di cereali e concimi – che si sono presentati con il piattino dell’elemosina per cercare di ottenere soldi per evitare le sommosse nei loro paesi, favorendo così il dominio di un gruppo estremamente ristretto di paesi donatori, capeggiati dalla solita UE (meglio giusto qualche paese della UE con una propria specifica e particolare agenda internazionale da imporre) e gli USA. Basta scorrere la dichiarazione finale della HLCC del giugno 2008 per avere conferma.
Quindi al momento non è più in discussione la “centralità” e la “sopravvivenza della FAO” (solo alcuni buontemponi del paese ospite della FAO, l’Italia, hanno proposto la sua chiusura o la sua “privatizzazione”) ma il vero terreno di battaglia è quello relativo a chi dominerà la FAO e quale struttura in futuro deve avere la FAO per assicurare a quei paesi che vogliono determinare e controllare le politiche agricole ed alimentari globali, strumenti agevoli e duraturi per poterlo fare.
Questo scontro quindi riguarda in modo particolare i PVS e, a maggior ragione, i movimenti sociali, in particolare quelli che negli ultimi dieci anni hanno guidato le lotte per la sovranità alimentare.
Ma – prima di avanzare proposte di iniziative urgenti da prendere – cerchiamo di fare il punto.
La FAO, un problema di democrazia reale. Un paese, un voto o un dollaro un voto?
La nota formale indirizzata di Canada, Australia, Giappone. Inghilterra, USA e Germania del 4 aprile 2006 in cui ricordavano al direttore generale della FAO che loro, come “principali paesi donatori” (cfr la nota citata)hanno delle “forti raccomandazioni” (cfr la nota citata) da fargli affinché rimandi la riforma della FAO, si occupi solo di “norme internazionali” (sugli standard degli alimenti) e che non si occupi di programmi di terreno per combattere la fame e la povertà riassumeva con estrema chiarezza il disegno di sovversione totale delle regole della FAO stessa: attribuire il potere di decisione non agli organi di governo dell’Agenzia (Conferenza e Consiglio dove tutti gli stati membri sono rappresentati e dispongono di un voto ciascuno) ma al “club dei paesi donatori” ed alla modalità con cui fino ad oggi hanno stravolto completamente il bilancio della FAO, tagliando i fondi al bilancio regolare (quello che identifica le priorità di intervento e le azioni di sostegno allo sviluppo con il voto di tutti gli Stati membri) ed aumentando la capienza dei cosiddetti “fondi fiduciari” in cui ogni paese donatore mette i soldi per finanziare azioni che lo interessano nei paesi che lo interessano. Stesso meccanismo di forte condizionalità che esiste in Banca Mondiale, tanto per essere chiari.
In effetti, il modo come stanno procedendo le discussioni tra gli stati per ridisegnare la FAO del futuro attraverso la riforma delle sue strutture e – di fatto – della sua mission fondamentale “… combattere la fame e la povertà attraverso il miglioramento delle condizioni di vita economiche e sociali dei coltivatori rurali più poveri… “ (cfr. mandato originale della FAO). - testimoniano di una crescente supremazia di un gruppo di paesi donatori che stanno tentando di darsi degli strumenti di governo del Pianeta visto che né le guerre preventive né il potere del mercato sono in grado di imporre un nuovo ordine mondiale tutto sotto il dominio morente delle logiche neoliberiste..
La riforma delle Nazioni Unite procede, si stanno di fatto costruendo gli strumenti di un rafforzato dominio del Segretario Generale e la sua subordinazione al Consiglio di Sicurezza, magari “riformato”. Tre grandi aree di attività del Segretariato Generale assicurano la sua operatività: aiuto allo sviluppo (attraverso lo UNDP, che non ha organi di governo democratici), intervento umanitario (emergenze varie e di ogni tipo, comprese quelle strutturali e perenni) e l’Ambiente (forse). Dentro queste tre aree tutto: gli accordi internazionali, l’aiuto pubblico allo sviluppo delle agenzie specializzate e dei programmi specifici (donne, ad esempio) ed evidentemente le politiche settoriali (sanità, agricoltura, alimentazione, ambiente). Restano fuori – invece - le istituzioni “tecniche” come Banca Mondiale, FMI e OMC che possiedono – come scrivono alcuni paesi donatori nei loro documenti – un “vantaggio comparato” nell’assistere i governi nelle loro politiche di sviluppo. Quindi organizzazione del mercato, aggiustamento strutturale e politiche globale nelle mani un ristrettissimo gruppo di paesi dominanti, delle loro elite e delle imprese transnazionali che vi trovano protezione . Paesi le cui politiche finanziarie hanno prodotto, ad esempio, la crisi attuale.
In questo disegno la FAO – ridotta a corpo tecnico che “fa il lavoro normativo relativo alla sicurezza degli alimenti ed il loro commercio” (vedi documenti ufficiali della Unione Europea) o istituto di ricerca che “fornisce cifre” (intervento della delegazione USA in varie riunioni) – non avrà più le attività di terreno soprattutto nei cosiddetti PVS. Cioè non avrà più i programmi di sostegno alle agricolture povere ne potrà basare le sue competenze sulle esperienze dirette di campo o tantomeno immaginare di assistere le iniziative proposte e realizzate dalle organizzazioni sociali dei paesi o dalle comunità locali. Sparirà anche ogni possibilità di assistere tecnicamente – ad esempio – quei paesi che voglio una riconversione agroecologica della propria agricoltura o quelli che vogliono implementare una riforma agraria secondo quanto accordato dalla conferenza intergovernativa di Porto Alegre (2006 – ICARRD) .
La FAO non sarà più un’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo agricolo ne avrà capacità di assistere i PVS nelle elaborazioni delle loro politiche agricole, alimentari e rurali. I programmi di sviluppo nei PVS torneranno ad essere appannaggio esclusivo della cooperazione bilaterale, magari di agenzie particolarmente specializzate – molto simili ai i vecchi Istituti per le Colonie – che applicheranno con determinazione la logica “aid for trade” (aiuto per lo sviluppo del commercio) o comunque saranno in grado di imporre forti condizionalità ai paesi, limitandone l’autonomia politica e condizionandone il modello di sviluppo, in un abbraccio comprensivo con le elite locali dominati. E le ricette di queste agenzie per lo “sviluppo” delle agricolture povere le cominciamo a vedere già nei risultati del lavoro della task force sulal crisi alimentare voluta del Segretario generale delle Nazioni Unite: aiuti alimentari, divieto di porre limiti alle liberalizzazioni, “contract farming” cioè contratti di integrazione verticale con la GDO internazionale o con le industrie di trasformazione, materie prime che debbono tornare a costar poco con al conseguenza di aumentare la dipendenza ed insicurezza alimentare, la concentrazione delal produzione e della terra, l’esodo ed il lavoro schiavo come corollario per chi resta . O il rilancio dell’uso della chimica, oltre che del biotecnologie “per sfamare il mondo”, in Africa ad esempio, con l’appoggio del capitalismo filantropico, come se i 40 anni trascorsi dalla prima rivoluzione verde non ci avessero insegnato niente.
Con la nascita del OMC i paesi dominanti e le elite esportatrici erano sinceramente convinte – magari lo sono ancora – che l’accettazione delle logiche neoliberiste si sarebbe spalmata con rapidità sul pianeta in una nuova gestione dell’economia internazionale facilitata dal mercato che avrebbe rafforzato il governo globale sul mondo. Oggi così non è per molti motivi, non ultimo il fatto che proprio sull’agricoltura e l’alimentazione le politiche liberiste si sono scontrate e si scontrano con una resistenza planetaria (mille arresti in una sola notte ad Honk Kong, durante la riunione della OMC!) che ora va molto al di là degli stessi contadini poveri del sud. E non bastano gli accordi di libero scambio bilaterali o regionali.
Anche questi stentano ad affermarsi per la resistenza che incontrano in tutti i continenti (vedi le difficoltà della UE ad imporre gli APE ai paesi africani), opposizione che ora si sta allargando dai movimenti sociali anche ad alcuni governi. E dure reazioni al modello dominante di agricoltura e sviluppo rischiano di mettere in serie difficoltà i governi locali. Dal Camerun alla Corea, dalla Colombia al Senegal. Dall’Egitto, all’Indonesia, alla Cina.
La crisi finanziaria in corso ha confermato che “il mercato non è capace di regolare il mondo” e, per il momento, non sembra disporre della forza necessaria – che non sia quella delle armi – per imporsi. Allora si torna ai vecchi metodi della politica multilaterale come strumento di spartizione del dominio globale, ad esempio , attraverso una FAO “riformata”
Un appello
Le informazioni di cui disponiamo al momento ci dicono che la bozza dei documenti relativi alla struttura e alla revisione effettiva del mandato FAO (http://www.fao.org/iee-follow-up-committee/iee-document/fr/?no_cache=1) che sarà presentata ai governi alla prossima sessione speciale della Conferenza FAO (Trente-cinquième session (session extraordinaire) Rome, 18 – 22 novembre 2008….) è vicina alla sua chiusura definitiva. Sta passando la linea dura dei paesi donatori che – operando sul ricatto finanziario – tentano di togliere alla FAO ogni possibilità non solo di definire politiche globali per l’alimentazione e l’agricoltura secondo il suo mandato originale ma anche – cosa più grave – di cancellare la sua funzione di “agenzia per lo sviluppo agricolo”, cioè, di strumento delle Nazioni Unite che -con la partecipazione democratica dei “cosiddetti paesi beneficiari” – definisce ed implementa politiche di sviluppo agricolo e rurale. Oggi occorre mobilitarsi per sconfiggere questo disegno che priva i movimenti sociali che si battono per la sovranità alimentare - ma anche i governi - di un tavolo globale autorevole, efficace e democratizzato dove far pesare le esigenze dei paesi più poveri e le battaglie delle organizzazioni sociali dei “piccoli produttori di cibo” (contadini, pescatori artigianali, pastori, popoli indigeni, etc) che restano i più colpiti dalle crisi (alimentari, finanziarie o ambientali) ma che sono anche gli attori principali – se non altro per il fatto che sono quelli che producono la quasi totalità del cibo di cui tutti ci nutriamo – di qualunque strategia governativa per garantire sicurezza alimentare e riduzione della povertà, oltre che dignità, giustizia sociale e futuro ecologicamente sostenibile per ciascuno.
Gli interessi dell’agribusiness, battuti al OMC spostano tutta la loro forza dentro la FAO e cercano di imporre le loro priorità. La mobilitazione rapida nei confronti i dei governi può e deve fare la differenza. Possiamo ancora fermarli. Una responsabilità fondamentale è quella della Unione Europea, prima potenza agroalimentare della terra, che pretende di imporre le sue ricette liberiste alle agricolture del pianeta attraverso una FAO “Riformata”. Ricette già sconfitte dai fatti che tutti noi abbiamo davanti agli occhi. Come cittadini europei, quindi, abbiamo anche una responsabilità fondamentale per modificare il disegno che si va profilando chiedendo ai nostri governi di giustificare le loro scelte. O le non scelte con cui stanno accompagnando la riforma della FAO, appunto.