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Agricoltura, cibo, alimentazione e fame: non si può far altro?

Agricoltura, cibo, alimentazione e fame: non si può far altro? [71.6KB]

di ANTONIO ONORATI  presidente del Centro Internazionale Crocevia (1)
(un estratto di questo articolo è stato pubblicato sulla rivista “Nuova Ecologia”)

Garantire ai popoli la possibilità di scegliere autonomamente come e cosa produrre per alimentarsi. E' il quadro di riferimento della  "sovranità alimentare", una piattaforma di lotte,  strumento effettivo per combattere la povertà e l’ingiustizia sociale ed ambientale. Al Sud come al Nord del mondo.

“(la cultura politica dominante sostiene)… un approccio deterministico, secondo il quale i mercati e la tecnologia strutturano e determinano lo sviluppo rurale e dunque non si può far altro che seguirne la logica…” (J.van der Ploeg, 2006)

Meno affamati?

 « .. i Paesi in Via di Sviluppo hanno ridotto solamente di 3 milioni il numero delle persone che soffrono la fame (negli ultimi 10 anni), molto lontano dall’impegno preso di ridurre di circa 260 milioni al 2003 … » (FAO, CFS – Rome, 2006)

Manca il cibo?

« ..La sottoalimentazione nel mondo non è dovuta alla mancanza di alimenti. La produzione alimentare del pianeta ha registrato nel corso degli ultimi dieci anni un forte aumento che corrisponde alla crescita demografica ed alla crescita della domanda alimentare … » (FAO, CFS – Rome, 2006)

Chi ha fame?

« ..E’ in India che si trova (nel 2006) ancora il più grande numero di affamati, cioè  212 milioni, qualche milione in meno di quelli del  1990-1992. (segue la Cina con 150 milioni)… » (FAO, CFS – Rome, 2006)

Chi sfama il mondo?

Cina:  « …L’essenziale della produzione agricola (che ha consentito di ridurre della metà in 10 anni gli affamati del paese) è assicurata da circa  200 milioni di piccolissime aziende agricole la cui superficie è inferiore a  0,65 ettari (cioè a 6.500 mq)… » (FAO, CFS – Rome, 2006)

L’agricoltura contadina.

 “… questa raccoglie le manifestazioni di un mondo composito, ricco di articolazioni territoriali, sociali, culturali e produttive non amalgamabili” (Crocevia, 1994)

I governi – spesso – nel lungo elenco  di impegni da prendere continuano a far confusione tra le cause delle crisi e le soluzioni.

Una esemplificazione di questa modalità che – evidentemente – non fa far nessun passo avanti verso la soluzione dei problemi ne tanto meno verso un cambio più radicale delle nostre condizioni di vita , è fornito dalle ricette che vengono proposte per affrontare la “lotta alla povertà e alla fame” nel mondo.

Giusto qualche riferimento per avere un ordine di grandezza della drammaticità del problema.

Manca il cibo?

« ..La sottoalimentazione nel mondo non è dovuta alla mancanza di alimenti. La produzione alimentare del pianeta ha registrato nel corso degli ultimi dieci anni un forte aumento che corrisponde alla crescita demografica ed alla crescita della domanda alimentare … » (FAO, CFS – Rome, 2006)

Ci dice ancora la FAO che nella prima metà degli anni novanta il numero degli affamati cronici aveva conosciuto una certa riduzione ma questo processo ha cambiato di segno a partire dalla seconda metà dello stesso decennio per continuare nella stessa direzione fino ai giorni nostri con un aumento del numero medio di affamati  ad un ritmo di oltre 4 milioni l’anno e malgrado il dimezzamento degli affamati in Cina.

« ..E’ in India che si trova (nel 2006) ancora il più grande numero di affamati, cioè  212 milioni, qualche milione in meno di quelli del  1990-1992. (segue la Cina con 150 milioni)… » (FAO, CFS – Rome, 2006)(2)

Sappiamo che l’insicurezza alimentare ha il volto ben conosciuto della povertà, radici antiche  che continuano a minacciare la vita di oltre un miliardo di persone sul pianeta ed un costante legame con l’ingiustizia sociale che attanaglia in modo drammatico vaste zone dell’intero pianeta. Anche se paesi interi sembrano essere totalmente sotto il ricatto della fame, in ciascuno di questi paesi, al Nord come al Sud, le elite locali dominanti, che gestiscono enormi ricchezze,  compartiscono  tutta intera la responsabilità dello stato delle cose attuale. Sono loro che accettano le politiche e gestiscono i comitati d’affari che – sotto l’indicazione delle Istituzioni finanziarie internazionali – applicano le ricette proposte dai gruppi d’interesse multinazionali.

Le politiche neoliberiste, e prima ancora le politiche d’aggiustamento strutturale, vengono imposte come soluzione alla fame nel mondo e come strumenti di lotta alla povertà. Si confondono appunto le cause con le soluzioni.

La “liberalizzazione" dei mercati agricoli e della produzione agro-alimentare nei paesi poveri comincia all'inizio degli anni Novanta - sotto forma di misure condizionanti gli aiuti allo sviluppo - e si rafforza dopo la conclusione dell'Uruguay Round (accordi multilaterali sul commercio internazionale, atto finale dei negoziati svoltisi tra l'86 e il '94) e la nascita  della OMC ( WTO -Organizzazione mondiale del commercio, ndr). Viene imposto  ai paesi poveri di aprire le proprie barriere doganali per facilitare l'importazione di prodotti agricoli di consumo quotidiano e si sostengono, d'altra parte, le loro esportazioni agro-alimentari a coltura estensiva (caffé, tè, cotone, cacao, soia, olio di palma, polpa da carta, etc). In pratica i paesi del Sud, o i poveri del Nord, sono costretti a comperare dall'estero quello che mangiano e a produrre - a basso costo – materie prime d’origine  agricola per i mercati globalizzati. E questo anche i paesi minuscoli e disgraziatissimi come Haiti, ad esempio,  che potrebbe produrre tutto il riso di cui ha bisogno (e un surplus per l'esportazione), invece oggi ne importa più di due terzi dagli Usa.

Il fatto è che le elite dominanti dei paesi – al Nord come al Sud - hanno continuato a promuovere le proprie esportazioni  agricole attraverso politiche aggressive di dumping (vendita di prodotti agricoli al di sotto del costo di produzione sia nel paese di partenza che in quello di arrivo ) grazie ai sostegni pubblici diretti e indiretti al modello agricolo industriale. Se molto noti sono i sostegni della politica agricola della Unione Europea meno noti ed appariscenti sono “sostegni” che non hanno forma monetaria diretta ma , ad esempio, prendono la forma di legislazioni del lavoro che consentono il lavoro schiavo nelle piantagioni (Brasile) o la messa a cultura di nuovi terreni attraverso il sostegno – anche militare -  alla deforestazione (Indonesia, Burma, Filippine, etc).

La fame nel mondo

Nella decade dei vertici mondiali delle Nazioni Unite, la FAO nel 1996 ne convoca uno a Roma sulla fame nel mondo, a cui risponde una mobilitazione della società civile che organizza un foro parallelo. Durante questo foro  Via Campesina, che in quel momento andava rafforzandosi a livello internazionale, lancia come risposta all’approccio “sicurezza alimentare” proposto dai Governi un nuovo quadro di riferimento ed un nuovo approccio al ruolo dell’agricoltura: “la sovranità alimentare”. L’insieme dei partecipanti al Foro ne colgono il senso e nel piano d’azione “cibo per tutti o profitti per pochi” cominciano a delineare piste d’impegno e d’iniziative che saranno sviluppate nel decennio che segue. Il foro, per la prima volta, mette insieme, come soggetti sociali cruciali per cambiare le politiche agricole e alimentari planetarie, non solo ONG e organizzazioni contadine e agricole ma anche alcuni rappresentanti dei popoli indigeni, dei pescatori e qualche raro rappresentante sindacale dei lavoratori della terra e dell’agroindustria

La sovranità alimentare (3)

La Sovranità Alimentare è il diritto dei popoli, delle comunità e dei paesi a definire le proprie politiche agricole, della pesca, alimentari, della terra in modo che siano ecologicamente, socialmente, economicamente e culturalmente appropriate alle condizioni specifiche di ciascuno.  Questo comprende l’effettivo esercizio del diritto al cibo e alla produzione degli alimenti. Tutti i popoli hanno diritto ad una alimentazione sana, nutritiva e culturalmente appropriata, così come hanno diritto a mantenere la capacità  per nutrire se stesi e le proprie società

L’approccio attraverso la battaglia per la sovranità alimentare, prefigura un’alternativa solida e offre un nuovo ed originale quadro politico per affrontare il governo delle politiche agricole ed alimentari, a livello nazionale come a livello globale.

La piattaforma di lotte, nel quadro della sovranità alimentare, incorpora via via un’insieme di temi federatori come la riforma agraria, il territorio ed il suo controllo, il mercato locale, l’agrobiodiversità, l’autonomia e l’autorganizzazione, l’agroecologia,  la solidarietà e la cooperazione, l’indebitamento e la dipendenza, la salute e tutti quegli altri elementi fondamentali nella produzione del cibo e dell’alimentazione.

Questa piattaforma ha la forza e la capacità di unire contadini, pescatori artigianali, popoli indigeni, pastori nomadi e  allevatori, lavoratori agricoli, donne e la loro condizione specifica, giovani in cera di un futuro, gruppi sociali rurali ed urbani, sia del Nord che del Sud del mondo. Permette di fatto, al di là di generica solidarietà, a grandi movimenti e forze sociali di lottare insieme e costruire strategie comuni.

Questa piattaforma non è “il modello di agricoltura che viene proposto per tutto il pianeta ma uno strumento per elaborare politiche agricole e sociali capaci di mantenere  il controllo della produzione e dei mercati locali nelle mani di chi con il proprio lavoro ogni giorno è capace di produrre alimenti restituendo alla terra ed al mare più di quanto gli toglie producendo. Politiche capaci di garantire l’accesso ed il controllo dei popoli alla terra, all’acqua, alla biodiversità, che promuovano una produzione agricola ed alimentare socialmente giusta ed ecologicamente durevole.

Mostra una via che si scontra frontalmente con la logica dell’ “agricoltura mineraria” dominante, quella fatta di rischi sanitari (influenza aviaria, afta, allergie diffuse, etc), sociali ed ambientali e con un impatto così grave da influire pesantemente a livello globale sui cambiamenti climatici in corso.

Un numero crescente di organizzazioni diverse far di loro, di reti e di alleanze si appropriano di questa piattaforma e costruiscono intorno ad esse alternative credibili (fino a far iscrivere la sovranità alimentare nella carta costituzionale di alcuni Paesi o nelle leggi quadro nazionali relative allo sviluppo agricolo e rurale) che permettono di sviluppare politiche ben adattate alle esigenze, alle aspirazioni di popoli molto diversi del Pianeta. .

I fori internazionali che si susseguono, tra cui i più importanti da ricordare sono quello dell’Avana del 2001, quello di Roma del 2002 (vedi definizione della sovranità alimentare) e quello di Nyeleni in Mali nel 2007 non solo consolidano e fanno continuamente evolvere concettualmente il principio della sovranità alimentare, ma sono momenti in cui a livello globale attori sociali diversi  ed i loro movimenti organizzati si confrontano e costruiscono strategie compartite. Identificano punti fermi comuni, come ad esempio la lotta contro il neo liberismo e la privatizzazione delle risorse naturali ma anche, costruiscono, un’agenda positiva a sostegno dell’agricoltura familiare e contadina, della pesca artigianale o delle battaglie dei popoli indigeni per mantenere il controllo sui propri territori. Si confrontano in modo solidale con i negoziati alla OMC e contribuiscono a bloccarne il funzionamento come “consiglio di sicurezza”  dell’economia mondiale. Intervengono con forza per contrastare i negoziati per imporre ai PVS accordi bilaterali di liberalizzazione del commercio – “OMC plus”-  e, allo stesso tempo, lottano per costruire mercati locali, nazionali o regionali, come in Africa dove l’abituale sottomissione delle elite locali alle proposte della Unione Europea, condensate negli Accordi di Partenariato Economico, si scontra con l’opposizione delle organizzazioni contadine che difendono la sovranità alimentare dei paesi e delle regioni.

Grazie a queste battaglie, lentamente, i produttori agricoli e di alimenti  tornano ad essere visibili e centrali nel dibattito sul ruolo del mercato e delle sue regole neoliberiste. Difendendo il diritto a produrre al di la della logica di mercato, promovendo modelli di agricoltura, di distribuzione e di consumo (come il circuito corto e l’agroecologia) alternativi, questi soggetti  sociali, anche se spesso numericamente minoritari (come nei paesi industrializzati) escono dal loro isolamento, diventano attori del cambiamento e ritrovano un posto nella società. Pongono la società tutta intera di fronte alle emergenze che devono essere affrontate perché si ripercuotono su tutta la società.

Come quelle collegate alla concentrazione del controllo sulla terra e l’acqua. La concentrazione delle terre (e quindi dell’acqua e della biodiversità) in poche mani, oltre ad essere un modo ingiusto – e spesso violento -  di accaparrarsi le risorse naturali, è il modo più efficace di organizzare l’agricoltura seguendo la logica, i bisogni ed i criteri della produzione industriale e della Grande Distribuzione Organizzata. Non abbiamo più di fronte  il latifondo abbandonato ed incolto, ma grandi proprietà che appartengono a banche, assicurazioni, gruppi finanziari, politici potenti, alti gradi militari, grandi gruppi industriali dove si praticano scelte produttive “moderne” (hi-tech) che garantiscano,  attraverso una “giusta” miscela di sfruttamento del lavoro e innovazione tecnologica (come l’ingegneria genetica), un alto livello di profitti ed una produzione di materie prime agro-alimentari a costi e prezzi decrescenti. Come conseguenza dei bassi costi di produzione si avrà una bassa qualità delle materie prime stesse e quindi del prodotto alimentare che ne deriva. Un cibo da schifo, insomma.

E non si pensi che questi siano fenomeni lontani,  magari limitati ai  Paesi cosiddetti in via di sviluppo.

In Italia ad esempio il numero delle aziende che superano al taglia dei 100 ettari tra il 1948 ed il 2000 è sceso solo di 1.000 unità passando da 21. 306  a 20.057, passando però da una dimensione totale di poco oltre i 6 milioni di ettari (su un totale di 21,5 milioni di ettari)  ad una di 7,5 milioni di ettari (su un totale di 19,5 milioni di ettari). Ben diversa è la situazione delle aziende di taglia tra 1 e 2 ettari, passate da 2.795.122 a 496.521, cioè ridotte in numero di oltre l’80%, malgrado nel mezzo di questo periodo ci sia stata una riforma agraria che doveva dare la “terra a chi la lavora”, con una superficie totale che si riduce della stessa percentuale. Nel  2000  le  aziende di taglia“oltre 50ha” erano 1,9% del totale  e controllavano  il 36,6% della SAU.  I dati al 2005 ci dicono che hanno aumentato la quota parte di SAU controllata dalle aziende superiori a 50 ettari – pari a oltre il 2,2% del numero totale delle aziende -   portandola intorno al 40% della SAU. Un quadro di tipo latinoamericano. 

Le piccole aziende agricole, quelle familiari, quelle che sono alla base dell’agricoltura contadina sono un problema o la parte più importante della soluzione?

Pas de pays sans paysan(4) s” è uno slogan vecchio ma sempre valido che riassume la preoccupazione di vedere crescere in Europa un’agricoltura senza agricoltori.

Scrive la  CPE (Coordination Paysanne Européenne)(5) : “… in ogni paese della UE, le piccole aziende agricole spariscono per l’azione congiunta delle politiche agricole europee e nazionali, nel quadro più ampio della “liberalizzazione” totale del commercio imposta dalla OMC . Costituiscono una realtà importante per la società europea in termini di occupazione, gestione del territorio, qualità dei prodotti, conservazione delle risorse naturali. Mantenere ed aumentare il numero delle piccole aziende agricole in Europa è una priorità . Non si tratta di resistere ma di promuovere  aziende agricole che saranno necessarie domani, in particolare per garantire la sovranità alimentare regionale (europea)  in una economia di prossimità…”.

Aggiunge ancora la CPE “…la questione non è quella del costo della PAC, perché, anche se solo in media il 5% della popolazione europea vive d’agricoltura, tutti i  cittadini dell’Unione dovrebbero beneficiare dell’impatto della PAC: tutti mangiamo ed abbiamo bisogno di uno spazio rurale. Il vero problema è il cattivo uso che si fa del denaro dei contribuenti europei. Oggi il pagamento diretto (sostegno al reddito degli agricoltori)serve per far abbassare i prezzi agricoli senza nessun beneficio effettivo per i consumatori. Le imprese agroalimentare a carattere transnazionale e la grande distribuzione che si approvvigionano a bassi costi sono i beneficiari effettivi ed ultimi del sostegno della PAC. D’altra  parte gli aiuti sostengono essenzialmente metodi di produzione poco rispettosi dell’ambiente(che consumano quantità enormi di acqua, energia, pesticidi, concimi, etc), così come  sistemi che producono eccedenze di cattiva qualità. Noi, contribuenti, paghiamo i costi di un aiuto (PAC) che spopola le nostre campagne e causa danni ecologici e sociali…”.

Evidentemente abbiamo bisogno di politiche agricole dotate anche di strumenti di appoggio economico. Quello che deve essere discusso è: quale modello di agricoltura si intende favorire in Europa e negli stati membri. Semplificando possiamo dire che occorre scegliere tra un’agricoltura industriale orientata all’esportazione o un’agricoltura familiare e contadina orientata principalmente al mercato interno.

In definitiva possiamo affermare  che abbiamo bisogno di politiche agricole scelte autonomamente dai popoli e dai paesi, che contengano forme di protezione e sostegno al ruolo sociale che svolge l’agricoltura, non solo come produttrice di alimenti ma anche come attività che struttura reti di connessione sociale e gestione sostenibile delle risorse naturali.

La piattaforma della sovranità alimentare diventa così anche uno strumento per i governi, e non solo per i movimenti e la società civile, perché un governo che – rispondendo solo agli interessi immediati di piccoli gruppi di affaristi – impedisca che le scelte di politica agricola siano il risultato di un ampio e permanente confronto di tutta la società nazionale dimostrerebbe la sua incapacità di proporre strategie di sviluppo dell’intera società proiettate nel  medio e lungo termine. Sarebbe un governo incapace di governare i cambiamenti e di preparare il futuro per tutti. 


(1) Il Centro Internazionale Crocevia (C.I.C.), è un'Associazione di Solidarietà e Cooperazione Internazionale, senza fini di lucro, nata nel 1958 e riconosciuta Ente Morale l'8 aprile 1962 con D.P.R. n°1045. l'Associazione è composta da soci sensibili e consapevoli dei conflitti generati dal modello di sviluppo dominante, ma soprattutto partecipi dei processi di liberazione e riscatto intrapresi dai poveri del Pianeta

(2) « ..C’est en Inde que l’on trouve le plus grand nombre de personnes sous-alimentées dans le monde, soit 212 millions, à peine un peu moins que les 215 millions estimés pour 1990-1992. (segue la Cina con 150 mln)… » (FAO – CFS, Roma – 2006)

(3) La Soberanía Alimentaria es el DERECHO de los pueblos, comunidades y países a definir sus propias políticas agrícolas, pesqueras, alimentarias y de tierra que sean ecológica, social, económica y culturalmente apropiadas a sus circunstancias únicas. Esto incluye el verdaderoderecho a la alimentación y a producir los alimentos, lo que significa que todos los pueblos tienen el derecho a una alimentación sana, nutritiva y culturalmente apropiada, y a la capacidad para mantenerse a sí mismos y a sus sociedades. (Forum per la sovranità alimentare – Roma, 2002)

(4) “nessun paese senza contadini

(5) La Coordination Paysanne Européenne (CPE) rappresenta  24 organizzazioni contadine e rurali di  14 paesi europei (UE e fuori  UE).